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Scrivere: istruzioni per l'uso |
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a cura Franny Glass - redattrice di ARS box |
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Un tempo, quando ancora non si erano mutati in scrittori seguendo l’esempio di attori, registi, veline, cuochi e chi più ne ha più ne metta, i critici letterari solevano dolersi del fatto che, in Italia, molti scrivessero, ma pochissimi leggessero.
Il fenomeno, dicevano, si manifestava particolarmente presso gli aspiranti poeti che, affetti da ipertrofica produzione, non si davano però la pena di leggere poesia.
Le cose non sono cambiate e in Italia si legge sempre meno ma, forse per dar ragione allo stereotipo che ci vuole popolo di poeti, cantanti e navigatori, si scrive sempre di più, con risultati scadenti. Così capita di leggere poesie che potrebbero essere buone se non cadessero, tra un verso e l’altro, in errori banali, nei quali l’autore forse non sarebbe incorso se avesse letto più poesia, quella vera, italiana e non. Infatti, l’unico modo per imparare a scrivere è leggere. Ovviamente, chi aspira a diventare poeta deve possedere una certa dose di talento, che però non basta mai, come ben sanno i professionisti. Il talento va nutrito giorno dopo giorno, come si annaffia una pianta. Inoltre, alcune attitudini caratteriali sono indispensabili. Tra queste, la capacità (di per sé già un talento) di imparare da quelli più bravi di noi, cosa che richiede umiltà, di solito assai rara nell’aspirante letterato. Naturalmente, tutto ciò non va d’accordo con l’idea che il neofita ha spesso dei Poeti, categoria alla quale ambisce di appartenere, e che immagina come eletti ai quali le Muse elargiscono, quasi per diritto di nascita, la preziosa ispirazione creativa e quindi la comprensione dell’universo. Invece le Muse, che detestano la cattiva poesia, visitano solo chi lo merita. Da qui, forse, la scarsità di buoni poeti. La poesia non permette errori, e non si accontenta di endecasillabi perfetti, rime o quant’altro. Di fatto, il verso libero richiede maggior perizia, un’indiscutibile capacità di creare quell’andatura che muove le parole all’interno del verso, per cui quest’ultimo mai e poi mai ricorderà un brano di prosa spezzettata dagli a capo. Purtroppo, ciò accade spesso nelle sedicenti poesie in verso libero, che poesie non sono ma soltanto prosa impaginata. Stessa mancanza di buone letture, o forse un cattivo uso di quelle fatte, si intuisce in molti aspiranti prosatori. La prosa è, almeno apparentemente, meno fragile e delicata della poesia, eppure anche lei non ammette che si bari. In molti racconti che potrebbero essere buoni, spesso vi é un uso esibizionistico del vocabolario, che si manifesta in una profusione di aggettivi ricercati. La storia sarebbe magari interessante e divertente, ma quel florilegio di aggettivi e frasi ellittiche stanca la lettura e indebolisce il testo. In casi simili, forse l’aspirante scrittore avrebbe dovuto leggersi un po’ di Hemingway, qualche pagina di Marcel Proust e molti, molti americani; così facendo avrebbe magari trovato il modo giusto di descrivere e scrivere, riuscendo a calibrare l’enfasi, se proprio di quest’ultima sentiva il bisogno. Uno scrittore, alla solita domanda: “Che consiglio darebbe a un aspirante romanziere?” con disarmante semplicità rispose: “Leggere, sempre. E cominciare presto.” Se vuoi commentare questa recensione utilizza la sezione Forum |
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