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Regia: David Moreau, Xavier Palud Sceneggiatura: Sebastian Gutierrez, Hillary Seitz Fotografia: Jeff Jur Montaggio: Jeff Gullo Interpreti: Jessica Alba, Parker Posey, Alessandro Nivola, Francois Chau, Tamlyn Tomita Nazione: USA Anno: 2008
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Sydney, una giovane e brillante violista cieca, torna a poter vedere
grazie a un miracoloso trapianto di cornea. Via via che si abitua a un
nuovo mondo di colori e movimento viene anche terrorizzata da una serie
di visioni spaventose che hanno per protagonisti i morti. Spaventata e
sull'orlo della pazzia, Sydney cercherà di scoprire a chi appartanevano
i suoi nuovi occhi e quale segreto nascondono...
Il fatto che The Eye
ci parli di premonizioni è divertente, se ci riflettiamo un attimo,
visto che ogni maledetto minuto di questo tedioso remake di un tedioso
originale è prevedibile e non bisogna essere dei sensitivi per sapere
quello che accadrà di scena in scena, di sbadiglio in sbadiglio.
Non c’è niente di peggio, per un’opera d’arte , un saggio, un programma
politico e tanto altro ancora che agire per vie consolatorie, dicendo
alla gente quel che la gente vuol sentirsi dire, facendo loro provare
le emozioni previste, senza mai scantonare o sorprendere per un singolo
istante. E sotto questo punto di vista The Eye
funziona in modo esemplare, trattandoci come piccoli bambini con
difficoltà d’apprendimento che vanno guidati attraverso una trama
inconsistente e statica dal prologo all’epilogo, se possibile con tanto
di didascalie sparse.
La situazione descritta in questo film, già stuprata a dovere da
tantissimo cinema e letteratura e occasionalmente visitata con dignità
da opere superiori (penso a un Il sesto senso o, indietro nel tempo, a An occurence at Owl Creek)
è il migliore canovaccio sul quale innestare il trucco supremo
dell’horror contemporaneo, il rifugio sicuro per qualsiasi
sceneggiatore o regista incapace di operare su altri livelli e di
premere i giusti punti di pressione, ovvero l’apparizione improvvisa
con tanto di sonoro adeguato.
E i poveri David Moreau e Xavier Palud (Them),
ammaliati dalle sirene statunitensi e alle prese con l’insipidissima
opera dei disastrosi fratelli Pang, si rifugiano appunto nelle visioni
improvvise, nel fantasma che fa capolino cercando di spaventare ogni 5
minuti, in una reiterazione che stufa già prima di cominciare o che,
tornando appunto al discorso delle opere consolatorie, potrebbe invece
piacervi proprio perché vi fornisce su un piatto d’argento esattamente
quello che vi aspettavate.
Io preferisco essere sorpreso, potete quindi immaginare come mi si sia slogata la mandibola al secondo fantasmino che faceva bu! alla povera Jessica Alba. Difficile fare peggio dell’originale, eppure i due francesi ci riescono grazie a una fotografia decisamente anonima (di un Jeff Jur
ormai rassegnato alla televisione dopo aver tentato a lungo con il cinema) e a una colonna sonora disastrosa da parte di un
irriconoscibile Marco Beltrami. Le cose non vanno meglio per Patrick Lussier
al montaggio (si dice che abbia pasticciato anche con la regia), il cui
lavoro è obbligato e incanalato da una serie di dissolvenze
imbarazzanti per la loro ovvietà.
Instupidito dalla trama e annichilito dall’insipida veste grafica,
l’occhio vaga in cerca di attrattive si posa inevitabilmente su una
Jessica Alba che prova disperatamente da qualche anno a dimostrare di
essere anche brava oltre che bella ma che qui più che in tanti altri
film sembra un ciocco di legno scolpito da un artigiano particolarmente
abile. Non ho mai capito perché, con l’abbondanza di attrici giovani,
belle E
brave, Hollywood insista a usare queste stupende ma inette ragazze. Il
resto del cast, narcotizzato dalla recitazione di Alba, rallenta e si
adegua, ed è un peccato per Alessandro Nivola che sappiamo poter fare assai meglio che vestire i panni di un dottorino catatonico.
Ovviamente nella “traduzione” dall’originale al downgrade
americano (con il prefisso riferito alla famosa e brutta sindrome) si
perdono alcune delle cose più decenti, come le ombre che scortano i
morti, collegate lì al buddismo e qui a qualche scarto di Harry Potter
o ancora come il viaggio al villaggio che qui diventa un’improbabile
escursione in Messico. Per contro ci becchiamo il solito mumbo jumbo
parascientifico con tanto di spiegone sulla memoria cellulare, roba da
chiodi…
Lo schema tipico usato dai due registi almeno una decina di volte è
facilmente riassumibile: inquadratura di una figura confusa in
avvicinamento, stacco su un’Alba bovina, falso senso di tranquillità,
improvvisa apparizione della precedente figura, ora in primo piano e
follemente urlante. Se vi piace questo tipo di ripetizione andrete
pazzi per The Eye
e fiondatevi in sala, altrimenti così su due piedi ho almeno un
centinaio di titoli da raccomandarvi in noleggio per quella sera.
Gli ultimi venti minuti sono dolorosamente insopportabili e offensivi
sia per la mancanza di ogni senso logico che per l’azione che riesce a
far rimpiangere i momenti in cui ciocco di legno Jessica
stava ferma e stesa su un lettino di ospedale. Momento top del film
quando la bambina malata di cancro o altra terribile malattia si gira
verso la nostra eroina e le dice “Non avere paura, la vita è bella”: mi
sono accucciato nella poltrona temendo di vedere spuntare il fantasma
urlante di Benigni.
Era facile prevedere il disastro per i bravi ma sprovveduti Moreau e
Palud, c’è solo da sperare che abbiano imparato a fondo la lezione e
tornino a pensare e filmare vicende più adatte ai loro mezzi, magari
attraversando nuovamente l’oceano, lontano dagli execs rampanti e
invadenti.
Recensione film The Eye
Pubblicata il: 17/03/2008
Autore: Elvezio Sciallis
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